Stagione teatrale italiana a Londra: intervista con Mariano D’Amora


io-clitemnestra.jpg   Questo 2007 ha visto a Londra l’apertura della prima Stagione Teatrale Italiana, organizzata da Mariano D’amora al prestigioso Riverside Studios, uno dei maggiori centri londinesi dedicati al teatro contemporaneo. D’amora vive a Londra da diversi anni dove insegna teatro italiano alla London University Royal Holloway College. Gli autori messi in scena sono Giuseppe Patroni-Griffi, Enzo Moscato, Paolo Puppa, Spiro Scimone, Mimmo Mancini, Valeria Parrella, Eugenio De Giorni, Francesco Suriano, Annibale Ruccello, Giorgio Taffon e Franco Scaldati. 

Che percezione c’è qui a Londra della drammaturgia italiana?

La drammaturgia contemporanea italiana è totalmente assente dalle scene britanniche. I soli autori moderni rappresentati sono Pirandello, De Filippo e un po’ di Dario Fo, ma solo perché ha vinto il Nobel. Lo stesso Pasolini qui è conosciuto solo come regista cinematografico, nessuno sa che ha scritto per il teatro. Pasolini letterato è tradotto, Pasolini drammaturgo no.  il-verdetto-2.jpg 

Come mai?

Ritengo che sia solo colpa nostra. Londra è una città che ha circa 200 teatri attivi tutte le sere. Esistono spazi come il Royal Court interamente dediti alla drammaturgia contemporanea. I testi italiani non arrivano a Londra perché nessuno ce li porta. Certo, non è che la richiesta di teatro contemporaneo italiano può materializzarsi dalla mattina alla sera. Bisogna creare un’abitudine, un interesse, bisogna farli vedere in scena i nostri nuovi autori. 

 In cosa consiste nello specifico l’iniziativa?

E’ una vera e propria stagione dedicata al teatro italiano contemporaneo per dimostrare al pubblico anglosassone che in Italia è esistita ed esiste una drammaturgia dopo Pirandello. Non volevo un singolo avvenimento né un festival, bensì una manifestazione che avesse una certa durata nel tempo. Gli spettacoli vanno in scena una o due volte al mese, da Ottobre a Giugno, in modo da creare una consuetudine col pubblico inglese.  

La rassegna è legata al tuo lavoro all’università?

Sì, in certo senso ne è la continuazione. Ad Ottobre ho organizzato una conferenza sulla drammaturgia italiana dal titolo “Beyond Pirandello” (“Oltre Pirandello”). Ma non volevo che rimanesse una cosa teorica. Quindi ho deciso di portare a Londra gli spettacoli di alcuni dei migliori nomi del teatro contemporaneo italiano per far capire quale fosse il loro riscontro scenico.  

Sono tutti spettacoli già andati in scena in Italia?

Sì, ad eccezione di quello di Leopoldo Mastelloni, che andrà in scena il 21 Gennaio. “Metti una sera cena con… Giuseppe Patroni-Griffi” è basato su testi del grande drammaturgo e su invenzioni di Mastelloni. E’ una prima mondiale, creata per Londra, su commissione mia.  

Che tipo di pubblico avete avuto finora?

Un pubblico misto, italiano e inglese.  

Come reagiscono gli inglesi?

Sono molto esigenti, anche dal punto di vista tecnico. Si aspettano che i sovratitoli con la traduzione delle battute siano ben chiari ad esempio. E’ un dettaglio fondamentale per aprire la platea a persone che non capiscono la nostra lingua 

Ogni spettacolo resta in scena per una sola serata. Non è un po’ poco?Non essendoci una tradizione di spettacoli italiani contemporanei a Londra andare oltre la singola serata avrebbe purtroppo significato non avere pubblico. Dal prossimo anno probabilmente le serate aumenteranno. Il mio intento era creare innanzitutto un terreno su cui lavorare in futuro.  

Pensi anche in futuro di tradurre alcuni autori in inglese, così che possano essere prodotti da compagnie londinesi?

Certo, è il proseguo naturale della mia iniziativa. Il pubblico disposto a venire a vedere spettacoli in italiano è ridotto. Ho in progetto quindi di mettere in scena testi italiani tradotti in inglese che rimangano in cartellone almeno per tre settimane. Lo scopo è entrare massicciamente e con orgoglio nella cultura teatrale inglese.  

A livello di finanziamenti, gli enti italiani sono stati d’aiuto?

No. Quest’ anno  le istituzioni italiane sono totalmente assenti. Abbiamo avuto la presenza all’inaugurazione della conferenza del presidente della regione Campania, Bassolino, ma nella pratica l’iniziativa è stata finanziata esclusivamente da me e dal Riverside.  

Perché il Riverside?

E’ uno dei pochi teatri a Londra che ha già un cartellone molto internazionale. Sono presenti spettacoli Cinesi, Giapponesi, Indiani… Anche Dario Fo vi si è esibito negli anni ’80. Quindi avevano un buon ricordo del teatro italiano e quando ho proposto loro quest’iniziativa l’hanno accolta immediatamente. 

Come hanno risposto gli italiani di Londra? Rispetto ad altre comunità la nostra mi molto pare disomogenea.

Assolutamente. La mancanza di una forte risposta da parte degli italiani è la sola cosa che non avevo valutato. Io pensavo che non essendoci mai stata un’intera stagione in lingua italiana, il nostro pubblico sarebbe accorso in massa. Gli italiani di Londra non hanno percezione alcuna di quello che è il teatro contemporaneo ma proprio per questo mi illudevo che avrebbero gradito vedere cose nuove. Invece ho dovuto faticare per far capire loro l’importanza dell’iniziativa. Ma stiamo andando in salita. L’interesse cresce sempre di più, c’è stato un vero e proprio passaparola per cui si sta creando grossa attenzione.  

C’è un tema, o un filo conduttore, che lega i vari spettacoli?

La lingua. Non nel senso della lingua italiana ma della ricerca e sperimentazione sul linguaggio. Non esiste più un’unica lingua di scena in Italia. Gli autori sembrano non credere più nella lingua italiana “pura”. Tutti i drammaturghi rappresentati in questa nostra stagione esprimono la loro identità, il proprio background culturale, attraverso un linguaggio specifico – napoletano, calabrese, siciliano, veneto, romano. Il dialetto diventa così strumento culturale del drammaturgo. Ovviamente gli inglesi non si rendono conto della differenza fra dialetto e lingua italiana ma non importa, perché la lingua non è solo modo di esprimersi ma veicolo di verità. Nel momento in cui gli attori usano il proprio dialetto sono veri, scenicamente forti, e la loro potenza viene percepita anche da un pubblico straniero, al di là della comprensione letterale del testo.  

Se questa è la peculiarità della nostra drammaturgia attuale però, non diventa un problema pensare di tradurli?

No. Credo che molto dipenda anche dalla storia. Gli spettacoli di questa stagione hanno delle trame potenti che nella traduzione non perdono d’importanza. Certo, quando ti rivolgi ad un mercato straniero devi scegliere lavori il cui tessuto drammaturgico sia forte, il cui messaggio sia dirompente e che abbiano anche un impatto visivo sul pubblico.  

Quindi tu non credi che in Gran Bretagna ci sia un po’ di snobismo verso i testi stranieri?

No, assolutamente. E’ ovvio che ognuno preferisce il proprio prodotto. E’ più semplice per un teatro londinese produrre un testo inglese o americano. Ma Londra è una grandissima capitale di teatro proprio perché ha una prospettiva ampia. I teatri qui sono sempre alla ricerca del nuovo. E’ quello che accade in Italia che è anomalo. Nel nostro paese i drammaturghi fanno una fatica improba per convincere i teatri a rappresentare i loro testi perché il nostro mercato non sostiene la nuova drammaturgia, pensa sia un’operazione a perdere.  

Come mai?

Perché in Italia di fatto non esiste la vera produzione privata, gente disposta ad investire. Se metti in scena uno spettacolo ma poi non riesci a fargli fare la tournée – quindi non hai i bordereux e non puoi dimostrare allo Stato che hai speso i soldi – il risultato è che non ottieni il tuo bel rimborso quindi vai in perdita. Anche gli stabili, pur ricevendo sovvenzioni per la promozione di drammaturghi contemporanei, li mettono in scena a fine stagione, quando a teatro non ci va nessuno, per non correre rischi. In Italia c’è un perenne vento a sfavore della drammaturgia contemporanea che nessuno ha interesse a cambiare. Da noi nessuno ti chiede mai “che tipo di testo vuoi mettere in scena?” bensì “Ce l’hai un nome della TV? Sai, io ho da riempire una sala…” 

 Come se testo nuovo significasse necessariamente niente pubblico…

Il pubblico devi abituarlo. A Londra quando vai a vedere un testo nuovo la sala la trovi sempre piena. La gente è interessata alla novità. Questo significa che esiste una consuetudine. Che i teatri in questo paese hanno abituato il loro pubblico ad andare a vedere “lo spettacolo”, non l’attore famoso o il regista di grido. Basta guardare le locandine. Non ti presentano “Il Grande Attore in…” Mettono solo il titolo del testo e l’autore. Il contenuto dello spettacolo ha la preminenza. L’idea è più importante del nome famoso.  

Che tipo di compagnie sono quelle che ospiti?

Non potevo chiamare compagnie di teatri stabili perché non avrebbero capito l’operazione. Loro sono commercianti del teatro, per loro il teatro è più profitto che promozione culturale. Ho dunque contattato direttamente i drammaturghi i quali hanno compreso che andare in scena in uno dei maggiori teatri di ricerca inglesi era un’opportunità incredibile di essere visti e conosciuti. Alla fine ho messo insieme un cartellone di cui sono davvero orgoglioso. Certo, è una scommessa, ma spero non rimanga un evento isolato, bensì che possa essere l’inizio di un grande futuro per il teatro italiano qui a Londra.

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One thought on “Stagione teatrale italiana a Londra: intervista con Mariano D’Amora

  1. buon giorno
    mi chiamo Francesca Rossi Brunori.
    Sono un’attrice di teatro e vivo in Italia. Come posso mettermi in contatto con voi? Lavoro da anni sulla auto produzione di spettacoli, e mi piacerebbe potervi mandare del materiale sul mio lavoro.

    in attesa, con i migliori saluti

    francesca rossi brunori

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