Mandy – racconto, 1999


Per qualche strano gioco del destino la incontravo spesso e ogni volta pensavo “madonna, certo che è proprio bruttina…”Anzi no, non è vero, bugia, lei non era brutta, erase and rewind:

Per qualche strano gioco del destino la incontravo spesso e ogni volta pensavo… che fosse sciatta, larga, quasi studiatamente insignificante, coi capelli lunghi e biondicci sempre arruffati sulla faccia o raccolti in malo modo in un’approssimativa coda di cavallo – perché non si pettina?, ecco cosa pensavo ogni volta – e un’espressione da ragazzotta rosa dai tratti così tipicamente inglesi che mi pareva poi di rivederla ovunque, in metropolitana, al supermercato, in palestra, perché in ogni posto c’era sempre almeno una persona che le somigliava, quasi fosse stata una dei capostipiti dell’umanità, una delle matrici della razza terrestre…

Mandy si vestiva male e dava l’impressione di farlo soprattutto per ostentato cattivo gusto; il suo abbigliamento tipico comprendeva i pantaloni di una vecchia tuta, scarpe da ginnastica, un’anonima t-shirt e sopra un giacchino senza maniche di lana riccioluta che sembrava avesse appena scuoiato una pecora tornata dal pascolo. Quel giacchino lo conoscevo bene. L’avevo visto addosso a lui un paio di volte e l’avevo implorato di toglierselo perché mi sembrava il pastorello nero dei presepi. Se l’era presa a morte… ma forse alla fine mi aveva dato retta visto che adesso l’aveva rifilato a Mandy.

Mandy, primo piano, fermo immagine: struccata, sudata e sfatta ma ostentatamente felice, la gomma da masticare in bocca e un sorriso stampato sulla faccia mentre spingeva a tutta birra il passeggino lungo Junction Road, fiera della sua sciatteria e delle sue splendide creature color caffelatte che mostrava alla gente con spropositato orgoglio – come fossero gli unici bambini di razza mista al mondo e lei la sola madre rimasta sulla terra.Ma facciamo un passo indietro, Junction Road, tentativo di panoramica: una delle tante strade principali del nord di Londra dove i turisti non arrivavano mai – a meno che non si fossero persi di ritorno ad una visita alle tombe illustri del cimitero di Highgate. Non che fosse un posto pericoloso o particolarmente squallido. Semplicemente era anonimo, uno di quei luoghi in cui la gente vive senza guardarsi intorno, popolare ma non “pittoresco”, puntellato di negozi di alimentari a buon mercato, di case vittoriane dalle facciate diroccate e di drogherie che vendevano prodotti di ogni genere a novantanove pence. Un supermarket con un guardiano nero enorme alla porta, una sala giochi, la fermata del metrò di Archway… Un paio di nuovissimi caffè in stile funky e un beautyshop specializzato in decorazioni sulle unghie cercavano invano di riscattare il quartiere, sforzandosi di sollevarlo da zona popolare a posto chic, illudendosi di poterlo confondere con lo snobismo borghese di Highgate, che campeggiava con il campanile aguzzo della sua chiesetta gotica in cima alla collina. Highgate, dove le membra stanche e palestrate di George Michael e Sting si rilassavano in splendide Jacuzzi e quelle morte e decomposte di Darwin e Marx riposavano in mausolei di marmo circondati dal verde. Highgate, che si estendeva ricco e altero fino al limite estremo con Junction Road, osservandola sornione dall’alto ma guardandosi bene dal toccarla. Highgate, apparentemente vicinissmo ma in realtà distante anni luce, con le villette dai giardini immacolati, i viali alberati e i negozi d’antiquariato. Era un mondo a parte e tale sarebbe rimasto, sopraelevato e irraggiungibile come il paradiso. Tagliata fuori dalla benestante collina Junction Road era destinata a guardarlo dal basso, fra le case dell’assistenza, i pub dove i muratori si fermavano a fare il pieno di birra e le malmesse viuzze laterali abitate dagli emigrati turchi. Questo era il suo passato e questo sarebbe stato il suo futuro, e nessuno degli abitanti della zona, inclusa Mandy, si aspettava nulla di diverso da ciò che era sempre stato.  Cut

Io la fissavo, fissavo Mandy, studiavo i suoi bambini, lei mi guardava ma non credo mi riconoscesse. O forse sì, ma semplicemente non le interessavo. Ci incrociavamo, un paio di volte mi ha anche urtata con la ruota del passeggino, «Scusa», mi ha detto sorridendo (sorrideva sempre, lo stesso sorriso finto dell’unica occasione in cui siamo state presentate), poi si è voltata ed ha proseguito, Mandy la noncurante. Qualche metro lungo Junction Road e già si era dimenticata della mia esistenza. Io invece la seguivo con lo sguardo, cercavo di capire dove andasse, rimanevo impietrita ad osservarla senza riuscire a provare nulla di definito, un tempo piangevo e l’odiavo, adesso non sentivo più niente – né dolore, né invidia – solo un grande vuoto, un forte senso di nausea e smarrimento. L’incontrarla, il sapere che da qualche parte lei esisteva e lui con lei, non mi consentiva di dimenticare. Dopo mesi passati nella vana ricerca di un contatto, lui era diventato un’ombra abitante esclusivamente il mondo delle mie fantasie, una proiezione della mia immaginazione. Ma il vedere Mandy me lo riportava davanti come creatura reale e avevo la sensazione che un fantasma fosse improvvisamente tornato dall’al di là per perseguitarmi. La sola idea della sua esistenza mi sconvolgeva, mi paralizzava, mi dava i brividi. Eppure non riuscivo a fuggire alla sua fascinazione. Mandy mi attraeva come un precipizio, seguirla mi poteva condurre solo, di nuovo, sull’orlo dell’abisso, e ne ero cosciente, ma non potevo farne a meno. Avrei dovuto fuggire, voltarmi dall’altra parte. Invece ogni volta restavo lì, ipnotizzata, impotente.

Mandy non sospettava nulla, per lei ero solo un viso fra la gente, con la strana aria familiare di qualcuno che si è già visto ma non si sa dove, anonima, senza identità. Lei invece per me era Mandy, l’unica, la sola possibile, un volto che appariva in primo piano sullo schermo gigante del mio cervello dilagando enorme e mostruoso, a dismisura; un nome dal suono potente e dall’identità definita coi contorni neri; la donna che aveva fatto crollare la mia vita, la donna che avevo desiderato uccidere, annientare o anche semplicemente intercettare, per obbligarla a guardarmi, a identificarmi, a darmi un nome, come se la mia esistenza potesse essere sancita soltanto da un suo riconoscimento.

Mi immaginavo dunque di seguire Mandy, di studiarla, di imparare ogni sua minima abitudine, di scovare ogni suo segreto, di impossessarmi della sua esistenza e infine, in qualche modo, di scardinarla. Non pensavo a gesti estremi, non avevo bisogno di distruggerla fisicamente per sentirmi “vendicata”, no, quello che dovevo fare era… inserirmi in quella esistenza. Venire riconosciuta. Apparire nel suo raggio visivo e restare lì, una presenza continua e martellante nella vita sua e del suo uomo, un’immagine che non avrebbero potuto cancellare con un colpo di spugna, un incubo ricorrente, un ticchettio fastidioso nel cervello, un insopportabile rumore di sottofondo, il ritratto vivente della loro cattiva coscienza…      

Esser-ci. Esser-ci. Esser-ci.

Cause I’m here to remind you of the mess you left when you went away…

Era una canzone di Alanis Morissette. Una mattina, mentre ero dal giornalaio, una Fiat Punto blu scuro si era fermata al semaforo, e quelle strofe mi erano arrivate all’orecchio come una mitragliata, come se qualcuno fosse lì a gridare per me, a mettere una colonna sonora al film della mia vita.

Avevo guardato fuori: il rasta che stava al volante, malgrado la temperatura non lo giustificasse, aveva abbassato i finestrini ed ascoltava la radio a tutto volume, oscillando al ritmo della musica.

 … I’m not gonna fade as soon as you close your eyes…Da quel momento la canzone mi si era ficcata in testa. Mi perseguitava, cercavo di togliermela dal cervello, di cantare un altro motivo, uno qualsiasi, ma non c’era niente da fare.

It’s no fair to deny me…

Dovevo continuare a seguire Mandy.

… of the cross I bear that you gave to me

Obbligarla a vedermi,

… you look very well…

 a vedere la mia infelicità come risultato delle loro bugie. Questa sarebbe stata la mia vendetta.

… I’m not just as well, I guess you should know…

Niente catastrofi, malattie, morti. Solo il ricordo continuo della loro mala fede.

… I’m not gonna fade as soon as you close your eyes…

Lo schermo gigante in cui il viso di Mandy campeggiava solitario si sarebbe via via riempito di piccoli fotogrammi con la mia immagine, a partire da sinistra in alto e poi avanti, avanti, avanti, fino a occuparlo tutto, fino a farla scomparire…

… You oughta know!!

Ma fareste male a pregustarvi qualche colpo di scena. Questo non è un thriller mozzafiato, piuttosto uno di quei film iraniani con lunghi silenzi e panoramiche infinite, in cui ci si aspetta sempre che accada qualcosa ma poi non succede mai nulla. La mie erano solo fantasie. Sapevo benissimo di vaneggiare. Che non l’avrei mai fatto. Non ero in grado di agire davvero da pazza, di andare veramente fuori di testa. La mia follia era sufficiente a farmi pagare ventisei sterline alla settimana di terapia psicoanalitica ma non ad altro. Non riuscivo mai a seguire Mandy per più di un paio di metri. Il senso del ridicolo e la paura riuscivano sempre a farmi sentire abbastanza idiota da obbligarmi a ritornare sui miei passi.

Salutava tutti Mandy. Sembrava conoscere e trovare simpatico ogni singolo abitante del quartiere: l’ortolano Kyrsatos dall’accento impossibile, che teneva nel retrobottega olive provenienti direttamente da Efeso e bacinelle di Feta che contrabbandava solo a quelli che gli erano simpatici; le parrucchiere all’angolo, che passavano ore a intrecciare i capelli delle ragazze nere in acconciature intricatissime e a sforzarsi di riprodurre con poco successo le stesse pettinature sulle bianche; la signora alla fermata del 41 che cincischiava sempre i bambini chiamandoli con nomignoli zuccherosi; il giornalaio pakistano dall’aria intellettuale che leggeva “The Guardian”… tutti venivano “definiti” da un suo benevolo sguardo, senza limiti di razza, età o classe sociale: Mandy l’ecumenica.

Tutti tranne me. Simile alla donna invisibile mi aggiravo per le vie ignota e ignorata, come uno spirito o un ologramma senza corpo. Io non c’ero. Ero trasparente, inconsistente, non interessante. Ero fuori luogo, aliena alle vite della gente del quartiere, non integrata. Ero una che non apparteneva a quella realtà e dunque passava inosservata, malgrado i miei bei vestiti, i cappelli trendy, l’ accento strano e lo sguardo perso. Invisibile fuori e vuota dentro, il mio non essere vista corrispondeva così perfettamente al mio non sentirmi esistente che quasi facevo fatica a meravigliarmene.

Gli inglesi hanno una parola che mi ha sempre confusa: “stranger”. Può suonare come “straniero”, invece vuol dire “sconosciuto”, “alieno”. E tale ero io a Junction Road, stranger-straniera-sconosciuta, mentre Mandy era… “Mandy”, il primo cittadino, la regina del reame, la dea della fertilità multietnica.

Sorrideva, camminava di gran passo col suo passeggino, sudata, coi capelli appiccicaticci sulla faccia rosa, sfilava con i bambini come un maratoneta ad Olimpia, povera ma contenta, trionfante, Mandy la vincitrice, Mandy la madre, e grazie a questo unico attributo sola persona degna di rispetto e devozione. Io la single, io la sterile, non potevo rivendicare nulla.

Quando uscì dal mio raggio visivo Mandy era probabilmente sulla via di casa. Nella mia fantasia si susseguivano diverse ipotetiche fotografie del suo condominio, che si arricchivano ogni giorno di nuovi dettagli. Di solito le case dell’assistenza sociale erano fredde palazzine in mattoni rosso scuro circondate da giardinetti poco raccomandabili. Mi figuravo un edificio triste, racchiuso da un cancelletto, con una serie di pesanti porte di ferro. Un cortile in cui riecheggiavano voci di bambinetti urlanti, di ragazzotti che si sfottevano a vicenda passandosi un pallone da basket… all’interno dell’angustio atrio dalle vetrate sporche decine di volantini pubblicitari che nessuno si prendeva la briga di raccattare ricoprivano il pavimento di cemento armato. Strette e umide rampe di scale rivestite da moquette macchiata conducevano alle abitazioni. Il loro appartamento sapevo che era piccolo, ammobiliato male, cosparso di giochi dei bambini e di vestiti di lui. Però pulito. Pulitissimo. Mandy non si preoccupava dei suoi capelli ma non permetteva alle sue creature di vivere in un ambiente malsano. Con la telecamera della mia mente la seguivo in un lunghissimo piano sequenza mentre toglieva i figli dal passeggino, li cambiava, li metteva a giocare sul tappeto, poi accendeva il bollitore, si faceva una tazza di tè e preparava il pranzo – cosa cucinava Mandy? Patate e fagioli come tutti gli inglesi poco creativi? Hamburger? No, c’era la mucca pazza. Pasta scotta? Chissà, magari invece era brava. Magari prima di avere i figli aveva frequentato un corso di alta cucina e sapeva preparare il roastbeef alla Churchill. Finito col maggiore, Mandy si sedeva davanti alla tv ad allattare la piccola. Era brava con i bambini. Sapevo che aveva sempre desiderato fare la mamma, si era preparata. Li faceva giocare, spiegava loro i disegni sui grossi libri plastificati… era metodica nelle abitudini e precisa negli orari, Mandy l’educatrice. Quando i bambini erano a dormire lei rassettava l’appartamento, metteva a posto le cose di lui, rispondeva al telefono – lasciando meticolosi messaggi su bigliettini autoadesivi – che perfetta mogliettina Mandy, non le sfuggiva niente.

Con la scusa di riordinare riusciva sempre a frugare in ogni suo cassetto, nelle tasche dei suoi pantaloni, non sapeva nemmeno lei cosa si aspettasse di trovare, eppure era gelosa da impazzire, Mandy l’investigatrice. Mandy, proprio lei, aveva paura. Una paura terribile. Paura che lui se ne andasse per inseguire i suoi sogni teatrali. Che le rinfacciasse di averlo trascinato in una vita che non si era scelto. Che scoprisse le sue bugie. Non era rimasta incinta per caso, la prima volta, e forse neanche la seconda (ma questa era solo una mia speculazione). Lei voleva dei figli e li voleva da lui, non poteva ritrovarsi oltre i trentacinque senza uomo né fascino, così aveva giocato le sue carte, rischiando il tutto per tutto. Gli aveva costruito intorno una realtà rassicurante, era stata comprensiva, aveva chiuso un occhio… e ce l’aveva fatta. Lui avrebbe potuto rifiutarsi di fare il marito, limitarsi ad andare a trovare i bambini e passarle dei soldi. Invece era restato e l’aveva sposata. Era lei che aveva scelto, malgrado le ragazze che gli ronzavano intorno. Malgrado le offerte di lavoro. Malgrado me.

Lei lo aiutava a sopravvivere, con le sue piccole certezze e le mille abitudini quotidiane. Lei lo legava a quella ordinaria e squallida realtà delle case dell’assistenza del nord di Londra da cui si era tanto illuso di scappare ma che almeno rappresentava un tetto sicuro sopra la testa – e per chi aveva provato a non avere nemmeno quello si trattava già di un passo avanti. Lei era determinata, sapeva quel che voleva e s’impegnava per ottenerlo, mentre lui era un debole, un ragazzo confuso che sognava tanto ma non sapeva osare, malgrado il suo fare da duro e la sua voce grossa. Aveva troppa paura dell’eredità del suo passato. Di finire allo sbando come i suoi fratelli, e prima di loro suo padre e suo nonno. Temeva che la sua intelligenza e il suo talento non fossero abbastanza di fronte a ciò che gli pareva un’inesorabile maledizione genetica. Non si era mai lasciato andare troppo a credere a quei sogni che Mandy aveva con cura messo da parte a favore dei suoi. Si aspettava che qualcosa sarebbe arrivato a tarpargli le ali. Mai sfidare il destino. Bisogna lasciare che le cose accadano, questo gli diceva sua madre Rose, da piccolo. Rose la giamaicana, emigrata a Londra negli anni ’60, con un passato da cancellare e una capacità di sopportazione del dolore che nel mondo occidentale è stata da tempo dimenticata. E lui le aveva creduto. Avrebbe potuto evitare che la sua vita andasse per la via sbagliata, avrebbe potuto lasciare Mandy molto prima, quando lei aveva iniziato a chiedergli velatamente di sposarla, a fargli capire che voleva dei figli, ma non aveva osato. Mai sfidare il destino. Lei era così rassicurante, così organizzata. Aveva bisogno di lei. Priva di passione e di voli della mente, ma solidamente concreta, reale, capace. Forse in parte la odiava per questo ma intanto continuava a restare. Per questo lei si sentiva forte, Mandy la trionfatrice. Ma sarebbe davvero durato per sempre?

E se le avesse trovate veramente le prove che cercava, cosa avrebbe fatto? Perché si ostinava in quella ricerca dal momento che aveva già deciso di proseguire, comunque, a far buon viso a cattivo gioco, di accettare qualunque falso e colpevole sorriso lui le regalasse, purché non iniziasse a rivangare nelle bugie, nelle manovre, nella ragnatela che lei gli aveva tessuto intorno, Mandy la tarantola? Me l’ero chiesto spesso in passato, mi ero domandata come avrebbe reagito se avesse visto veramente le nostre foto insieme o scoperto una delle decine di lettere disperate che gli avevo inviato giorno dopo giorno dal momento in cui lui mi aveva mollata. Cosa sarebbe successo? E se fosse crollata? Se l’avesse sbattuto fuori casa? Se… se… se…

Ma tormentarmi con i se non serviva a nulla. Innanzitutto Mandy non avrebbe mai trovato nulla. Lui non era stupido. Le cose che potevano metterlo in difficoltà le aveva chiuse in un armadietto a casa di sua madre – che ormai era anziana e malata. Le lettere credo che le strappasse subito. Chissà, magari persino senza leggerle. In secondo luogo, se Mandy cercava era perché era certa di non trovare niente. Perché non “voleva” trovare niente. Lei cercava solo dove sapeva non ci sarebbe stato nulla se non la conferma della fiducia nella sua felicità coniugale.

«Ma non si arrabbia quando passi la notte fuori?» gli avevo domandato quando ancora stavamo insieme, morbosamente curiosa di questa donna che avrei voluto capire, radiografare, scuotere. Perché mi faceva anche rabbia quella sua acquiescenza, quel suo essere disposta a tutto pur di avere una famiglia, Mandy la donna d’altri tempi, ignara di 100 anni di liberazione femminista.

«A volte rogna, ma le dico che ho fatto tardi con i miei amici e sono andato a dormire da mia madre.»

«E lei ci crede? Gelosa com’è?»

«Così sembra.»

Ma intanto il cellulare squillava puntualmente almeno un paio di volte mentre eravamo insieme, ed era sempre lei. Lui non rispondeva, lasciava scattare la segreteria e poi riascoltava il messaggio.

«Cosa vuole?» domandavo io, sperando che la casella vocale contenesse una raffica d’insulti, uno sfogo di gelosia, un vaffanculo perché non sei a casa con tuo figlio e perché non rispondi al telefono? Malgrado fossi innamorata non sopportavo tutta quella finzione, che Mandy ci lasciasse fare, forse perché me lo sentivo che sarebbe ritornata. Avevo un incubo ricorrente le settimane prima del “disastro”, prima di quella volta ai giardini del cimitero di Fortune Green dove lui mi aveva detto che era finita e io mi ero sentita una morta fra i morti. In quell’incubo io lo aspettavo, di notte, al buio, in un a casa vuota di una città deserta, e non vedendolo arrivare decidevo di andare a trovarlo. Il condominio dove abitava era altrettanto buio, salivo in ascensore fino al suo appartamento, mi fermavo sul pianerottolo davanti alla sua porta chiusa e d’un tratto sentivo le risate di un bambino e mi facevo prendere dal panico.

«Cosa ci faccio qui? Lui si arrabbierà se mi vede fuori da casa sua, mi lascerà, mi odierà, questo non è il mio posto, qui c’è suo figlio…»

Poi dalle scale arrivava un rumore di passi e io sapevo che era lei, che era Mandy, che stava tornando a casa. La sua sagoma proiettava un’ombra lunga sul muro del corridoio ed era spaventosa, io correvo all’ascensore ma non era più fermo al piano, ero disperata, dovevo andarmene, Mandy tornava, era terribile, immensa, enorme, e mi avrebbe schiacciata, annientata, uccisa… poi all’ultimo momento, proprio nello stesso istante in cui lei svoltava l’angolo, l’ascensore arrivava, io mi buttavo dentro e riuscivo a scappare ma non prima di essere riuscita a vederla e a pensare: «Non è poi così grassa.»

E subito dopo: «Oddio, mi assomiglia…»

Sì, in fondo la mia era stata una tragedia annunciata. Sapevo che Mandy sarebbe tornata a riprenderselo e che lui sarebbe andato con lei. Per questo desideravo ardentemente che succedesse qualcosa in grado di rompere la sua ragnatela, quella rete di comoda ipocrisia su cui entrambi si erano adagiati – una catastrofe cosmica, il diluvio universale, la terza guerra mondiale – una serie mostruosa di coincidenze che non le permettesse più di far finta di niente, che la obbligasse a scoprirci, a vederci, a fare i conti con al realtà. Ma non succedeva mai. Erano complici, lui e Mandy, della loro serena infelicità. Si confaceva al loro modo di essere. Tenevano la situazione sotto controllo, attenti a non farsela sfuggire di mano per non rischiare di rompere il fragile filo sul quale si reggevano in bilico. Sarebbe stato troppo faticoso ricominciare tutto daccapo. Il loro era un tacito accordo. Che prevedeva tra l’altro l’accurata eliminazione di ogni elemento estraneo che potesse – a lungo termine – turbare il perverso equilibrio che si erano costruiti. Erano fatti l’uno per l’altra e io non ero riuscita a vederlo. Non ero riuscita a capire che entrambi, senza saperlo, sin dall’inizio avevano previsto la mia fine.

Lui cancellava i messaggi di Mandy dalla segreteria e scrollava le spalle.

«Cioccolato. Mi ha chiesto se passo a comperarle dei KitKat. Sta diventando una balena, non so perché si lasci andare così. L’ultima volta che abbiamo fatto sesso è stato sei mesi fa. Forse è depressa…»

Mi ero quasi dispiaciuta. Da brava suffragetta piena di solidarietà femminile mi ero sentita sinceramente in colpa verso quella poveretta disposta a tutto in nome del suo sogno di maternità. Ma la verità era che Mandy sapeva bene quel che stava facendo. Non era una poveretta bensì una vincente e lui era il suo sicario. E infatti, la volta del KitKat era stato uno dei nostri ultimi incontri. Poi lui aveva saputo che le voglie di cioccolato non erano dovute ad un’ipotetica bulimia bensì ad una gravidanza in stato avanzato e Mandy aveva ripreso il dominio indiscusso della situazione.

Mentre guardavo Mandy allontanarsi e diventare un puntino nero alla fine di Junction Road, mi sentivo a pezzi, esausta, stravolta. Stanca. Stanca come se avessi lavorato in miniera per mesi senza mai dormire né vedere la luce, stanca di logorarmi di pensieri contorti, stanca del grigio, stanca di non riuscire a concentrarmi su qualcos’altro. Avrei voluto volare via, chiudere gli occhi, addormentarmi e risvegliarmi un’altra, senza di lui, senza Mandy, senza Londra che non amavo più e senza Junction Road che non avevo mai amato… senza le case tristi del Council, senza una lingua straniera intorno e senza la pioggia che in quei giorni continuava imperterrita e inesorabile come una maledizione – acqua, acqua, acqua – e poi il vento, delle raffiche forti al punto da rompere gli ombrelli, da fracassare le tubature e spezzare i rami degli alberi, non forti abbastanza però da sollevarmi e portarmi via, come Mary Poppins o come Dorothy nel Mago di Oz, oltre l’arcobaleno. A volte, in preda alle mie fantasie, serravo le palpebre e me ne restavo immobile, col vento che scuoteva il mio impermeabile scuro e i capelli inzuppati di pioggia. Me ne rimanevo lì, impalata e fradicia, sul marciapiedi di fronte alla fermata del metrò, trattenendo il fiato e immaginando di somigliare a Audrey Hepburn in “Colazione da Tiffany”, ma quando riaprivo gli occhi non mi ritrovavo mai sulla quinta strada o in un magico mondo di fiaba, bensì sempre in quel dannatissimo posto – come direbbero in un poliziesco americano – a Junction Road, con la gente che mi passava davanti e qualche vecchietto distratto che mi buttava un’occhiata perplessa, senza scomporsi troppo però, perché le grandi metropoli sono piene di gente strana…

Poi, ad un certo punto, alla fine dell’estate, come per incanto, Mandy scomparve. Volatilizzata, risucchiata nel nulla. Pensavo fosse una cosa temporanea, chissà, forse lui aveva trovato un lavoro e si erano concessi una vacanza, o forse era lei ad essere presa da qualche nuova occupazione. Mi aspettavo di ritrovarmela comunque presto davanti, sorridente e spettinata come sempre… invece niente. I giorni e le settimane passavano senza che di lei si vedesse alcuna traccia. Avrei dovuto sentirmi contenta, libera – finalmente – da quell’ossessione, lontana dal pericolo, invece non mi davo pace. Facevo congetture, avevo il cervello in ebollizione, mi chiedevo che cosa stesse facendo, dove fossero andati, avrebbero potuto persino essere tutti morti in un incidente stradale. Ogni eventualità era possibile. Qualunque cosa è possibile quando non si possiede altro che la propria fantasia. Mi ero talmente abituata ad incontrare Mandy, ad avere la sua inquietante presenza aleggiante intorno, che non me ne facevo una ragione. In qualche modo, sì, mi mancava. La cercavo con lo sguardo ogni volta che uscivo di casa: nulla. Ogni tanto mi confondevo e credevo di riconoscerla in qualche altra madre a passeggio ma mi sbagliavo sempre. Nessuna, neanche la più povera, era pettinata male quanto lei.

Passarono quasi tre mesi. Non mi pareva vero che non ci fosse più. Che qualunque traccia dell’esistenza di LUI fosse così totalmente scomparsa. Perché questa era la verità, Mandy in tutto quel tempo, era stata il mio unico legame rimasto con l’uomo che avevo amato più d’ogni altra cosa. La odiavo per questo ma ne avevo allo stesso tempo bisogno. Lei era la sola prova della sua esistenza. Con la scomparsa di Mandy era come averlo perso di nuovo, peggio ancora, era come se lui non fosse mai veramente esistito. E poi, dopo tutto, che prove avevo che lui ci fosse stato davvero? Che non fosse solo un’invenzione della mia mente? Nessuno ci aveva mai visti insieme. A nessuno lui aveva parlato di me. Quanti personaggi fittizi avevo inventato sin da quando ero piccola? Uomini e donne la cui consistenza era per me quasi più reale della realtà, gente con cui parlavo, mi confidavo, che amavo quasi più dei miei amici in carne ed ossa… mia madre non mi voleva forse portare dallo psichiatra all’età di cinque anni perché non facevo che chiacchierare, anche durante le riunioni di famiglia, con una serie di persone inesistenti, seccandomi molto se qualcuno osava interrompermi? Chissà, forse anche lui era solo un’ombra, un fantasma, una mia creatura… perché no, dato che anche l’unica testimonianza della sua esistenza concreta era svanita nel nulla? Forse neanche Mandy esisteva. Forse quella ragazzotta biondiccia che incontravo a Junction road non si chiamava affatto Mandy Wilson, forse aveva un altro nome, un’altra vita e un altro uomo…

Mi sembrava d’impazzire.

Arrivò dicembre e Londra si vestì per Natale. Insopportabile colonna sonora: Mariah Carey e Celine Dion nelle loro melense compilation natalizie, propinate ad oltranza in qualsiasi luogo pubblico. Più i soliti White Christmas e Jingle Bells. Avevo quasi iniziato a rassegnarmi, ad arrendermi e a considerare seriamente l’ipotesi di mollare tutto e tornare a casa, quando, colpo di scena, Mandy ricomparve, materializzandosi all’improvviso proprio come l’arcangelo Gabriele o la stella cometa.

Era una mattina in cui finalmente, dopo settimane di allagamenti e grigiore, il sole era tornato a splendere e persino gli squallidi negozi di Junction Road sembravano avere un’aria allegra, addobbati con festoni dorati e Babbi Natale di plastica che muovevano il culetto al ritmo di Merry Christmas. Stavo attraversando la strada diretta a Woolworth, dove volevo comperare un pacco di cartoline natalizie in offerta speciale, 20 per 1 pound e trentacinque, quando la vidi arrivare a tutta velocità dentro un maggiolone volkswagen azzurrino vecchio modello, mezzo scassato, con la fiancata da rifare, che sbucava da dietro l’angolo con Holloway Road e svoltava a tutta birra – Mandy la motorizzata.

Sul sedile posteriore, legati su due seggioloni a pallini, c’erano gli immancabili figli ed un enorme Babbo Natale di gomma piuma il cui naso rosso era schiacciato contro il vetro posteriore.

La situazione nel suo insieme pareva talmente surreale – Mandy, la macchina, i pallini, Babbo Natale – che mi bloccai in mezzo alla strada per guardare meglio e quasi la volkswagen non mi investiva in pieno. Ma per fortuna Mandy riuscì a frenare, inchiodò e tirò giù il finestrino.

«Scusa!» disse, anche quella volta, con mia grande sorpresa (non era decisamente stata colpa sua). “Scusa”, era l’unica minuscola parolina che Mandy pareva essere in grado di rivolgermi, che ridere. Scusa se ti ho urtato col passeggino, scusa se non ti ho visto attraversare la strada, scusa se mi riprendo mio marito, ti distruggo la vita e faccio finta di niente, scusa!

Ma di niente, figurati.

Del resto, che dire, aveva ragione lei. Sicuramente, ci fossero stati degli spettatori obiettivi, un pubblico in grado di assistere a tutta quella nostra stupida storia, avrebbero detto non solo che non ero sulle strisce pedonali e dunque non potevo fare recriminazioni, ma anche che ero io “la cattiva”. “L’immorale”. “La rovinafamiglie”. “Quella che doveva chiedere perdono”.

L’insopportabile regina del talk show TV invita la moglie e l’ex amante a raccontare le loro vicende: «Gli amici in studio che ne pensano?» chiede sordidamente, facendo l’occhietto alle telecamere.

«É una psicopatica!» grida la ragazzetta con la coda, puntandomi il dito contro.

«Sì, sono d’accordo,» l’appoggia il signore grasso con gli occhiali, «è da squilibrati non essere capaci di accettare la fine di una storia e mettersi a pedinare una povera madre di famiglia per la strada.»

«Ma che ne sa lei…» grido io alzandomi dalla sedia, ma la presentatrice melliflua mi blocca subito, «Insomma, lasci che il pubblico si esprima liberamente. Sentiamo la nostra amica in prima fila…»

«La signora Wilson è innocente. É stata lei la vittima del tradimento e delle interferenze morbose della signorina. E alla fine giustamente si è ripresa ciò che le spettava.»

Applauso, standing ovation, Mandy l’eroina, la diva delle casalinghe frustrate.

Mandy parcheggiò il maggiolone, uscì, fece scendere i bambini e iniziò a trafficare per tirar fuori dal bagagliaio il passeggino. Io avevo raggiunto il marciapiedi e non potevo fare a meno di guardarli, quei bambini bellissimi, soprattutto la piccola che per qualche perverso e crudele gioco del destino aveva i capelli castani e ricci esattamente come me e occhi della mia stessa tonalità di blu. “Perché sei rimasta incinta di mia figlia?” pensai in un moto di malsana follia, “Brutta ladra!” Mi avvicinai, quasi tremando.

«Ciao!» dissi alla piccola, che adesso doveva avere almeno un anno e mezzo. Poi mi rivolsi al più grande, «Come vi chiamate?» In realtà lo sapevo benissimo …

«Martin! Sarah! Venite qui da bravi.»

Mandy aveva finito di sistemare il passeggino e aveva richiamato i figli all’ordine. Istintivamente pensai di sparire di corsa ma poi cambiai idea. Decisi di aspettarla.

«Hai dei bambini bellissimi.» le dissi tutto d’un fiato cercando di suonare il più rilassata possibile..

«Grazie! Scusa per prima, non ti avevo vista… ma noi ci conosciamo?»

La sua voce aveva un tono acuto e un accento vagamente cockney e strascicato.

«Come?» chiesi sbalordita. Mi sentivo gelare. Adesso glielo dico, le dico tutto, le racconto di lui, di me, di cosa mi hanno fatto, basta con tutte le vostre bugie, con la vostra felicità fasulla e meschina, d’ora in poi dovrai affrontare la verità e forse la smetterai di avere quel sorriso finto sulla faccia, stronza.

«You oughta know

Il cuore mi batteva all’impazzata. La guardai. E fu in quel momento che la vidi. Che vidi le rughe intorno agli occhi, in quel suo viso stanco e struccato. I capelli appiccicaticci e di due colori a causa di una vecchia tinta non più rifatta. La maglietta macchiata di pappe, il giacchino peloso… e sotto a tutto ciò… una pancia. Una grossa pancia. La pancia di una donna di nuovo incinta.

Sentì il respiro mancarmi, le gambe venirmi meno e per un momento ebbi la sensazione di essere sul punto di perdere coscienza. Un turbine di pensieri mi attraversò la testa e come in una specie di corto circuito mi resi conto che non riuscivo più a controllare il mio corpo, come se appartenesse ad un’altra persona e se ne stesse conto suo totalmente incurante dei miei comandi.

Martin e Sarah mi fissavano strani, in attesa di una risposta, stringendo la mano della loro mamma.

« Qualcosa non va? », chiese Mandy la premurosa.

Continuai a guardarla in silenzio come se non capissi la sua lingua, sempre incapace di muovermi. Ma certo. Era tutto così chiaro. Era evidente, avrei dovuto capirlo da mesi, invece mi ero rinchiusa in quella visone distorta della realtà che mi aveva tenuta prigioniera. Mandy, la mia ossessione, il mio incubo, la tessitrice di trame, la regina, non era che un’inglesotta rosa, flaccida e sudata, incinta per la terza volta. Forse era vero che sapeva tutto, che aveva ordito piani e amministrato sapienti bugie, ma che cosa aveva ottenuto di tanto speciale? Aveva lui. Che l’avrebbe tradita di nuovo per andare a vivere per qualche istante con un’altra donna i sogni a cui aveva rinunciato. Aveva i suoi bambini, che io non avrei mai avuto. Uno dei quali per qualche scherzo del dna mi assomigliava pure… ma che prezzo pagava per fare la madre? Sarei davvero stata disposta a pagarlo anch’io pur di essere al suo posto? Magari sì, non potevo giudicare, ma a parte tutto, che cosa volevo da lei? Perché parlarle, scuoterla, cambiarla, far crollare il suo piccolo castello, a che pro? Non accettavo ancora che lui avesse potuto sceglierla, rinnegare i suoi progetti, rassegnarsi ad una vita di produttori ad oltranza di bambini in un povero quartiere del nord di Londra, ma non si trattava solo di lei, lei era legata a tutta la sua vita fino ad allora, una vita a me completamente estranea. Una vita a cui appartenevano le parrucchiere vicino al metrò e il giornalaio pachistano e la signora che prendeva il 41, e la madre di Mandy e tutta la sua famiglia, la casa del council con tutti i suoi abitanti, i debiti quotidiani e le lotte, una rete di abitudini e di persone che si era intrecciata a comporre un’esistenza di cui io non facevo parte, gente per cui lui e lei erano una coppia, “la” coppia, la prova della potenzialità e dell’apertura multietnica del quartiere, per cui non poteva esistere l’uno senza l’altra, e senza i loro infiniti bambini.

Chissà, forse per un attimo lui aveva davvero creduto di poter dire addio a tutto questo e venire via con me. O forse ero stata io ad illudermi che potesse farlo. A sottovalutare la potenza di ciò che lo circondava. Lui non mi apparteneva, non mi era mai appartenuto e non sarebbe mai stato mio. Dovevo lasciarlo andare, ovunque fosse diretto, non c’era niente che potessi fare per trattenerlo con me. Il mio amore infinito e il fatto che avrei continuato per il resto della mia vita a considerarlo la mia anima gemella non avevano alcuna importanza. Era un’ingiustizia incredibile. Un dolore indicibile che mi toglieva il respiro, una pena paragonabile solo alla morte ma paradossalmente era la sola possibilità che avevo davanti per poter tornare a vivere. Lui era lontano, un idea, un sogno, perfetto e irrealizzabile come tutti i sogni. Noi abitavamo due universi che solo per una strana momentanea e irripetibile congiunzione astrale si erano incrociati ma che poi avevano proseguito il loro cammino nel cosmo su traiettorie non complementari. Come due rette parallele che si sfiorano ma non s’incontrano mai. Come Highgate e Junction Road. Io avevo cercato di oppormi ad un destino tanto categorico, io bianca intellettuale progressista e benestante che aveva creduto di poter atterrare a Junction Road e sovvertire l’ordine delle cose, perché eravamo alle soglie del millennio, perché stavamo nella liberale Inghilterra dei New Labour e non a Johannesburg, ma lui aveva sempre saputo che era inutile. Forse aveva ragione. Forse ne sapeva più di me e io avevo lottato contro i mulini a vento mentre lui aveva semplicemente accettato il destino, come la sua mamma gli aveva insegnato. O forse avevo ragione io ma era troppo tardi per convincerlo. Le persone non si cambiano. Forse non aveva strappato le mie lettere. Forse facevo persino ancora parte dei suoi ricordi. Forse gli mancavo. Forse mi amava. Forse…

Non avrei mai conosciuto la verità sui suoi pensieri e suoi sentimenti. Potevo solo sapere quanto l’avevo amato, o almeno quanto avevo amato l’immagine che mi ero fatta di lui. Perché probabilmente era vero che lui non era mai esistito, almeno non come l’avevo immaginato, e che l’uomo che amavo era solo una creatura della mia mente, insieme a quella Mandy forte e invincibile che avevo concepito al suo fianco. Doveva essere così. Perché che cosa poteva avere a che fare la donna che mi trovavo davanti con la figura potente e regale che le avevo attribuito? Che cosa c’entrava lei, affannata e stanca, con tutta quella storia?

Sentii d’un tratto un peso enorme sollevarsi dal mio stomaco, come se qualcuno avesse sollevato un coperchio di cemento armato. E d’un tratto mi accorsi che mi veniva da ridere. Non sapevo se per l’assurdità di quella situazione o se per la tensione accumulata in tutti quei mesi. Sapevo solo che non si trattava di un riso isterico, ma genuino e puro come la risata del Buddha. Certo, sapevo anche che non dovevo illudermi. Che quell’ilarità e quella leggerezza erano passeggere e che non significava che da quel momento avrei superato in fretta tutti i miei problemi come in una sceneggiatura hollywoodiana a forzato lieto fine dove le disgrazie di una vita vengono cancellate per incanto negli ultimi cinque minuti e tutti se ne vanno felici e contenti. Lui mi sarebbe mancato ancora. Sarei stata ancora male. E magari mi sarei persino ritrovata di nuovo a sbirciare le mosse di Mandy. Ma sicuramente qualcosa mi si era rotto dentro. Un “incantamento” era stato spezzato. Mi rendevo conto che la persona di fronte a me non era la responsabile universale delle miserie dell’umanità e soprattutto che non era la responsabile universale della mia infelicità. E che non poteva fare niente per aiutarmi.

Distolsi per un istante gli occhi da Mandy, finsi di abbottonarmi la giacca, inspirai e poi tornai a guardarla dritto negli occhi.

«No, non credo che ci conosciamo, forse mi confondi con qualcun’altra.»

«Oh può darsi… allora… scusami. Buona giornata! Saluta la signorina Martin, dì buon Natale.»

«Buon Natale signorina!» ripeté Martin, da bravo bambino.

Li vidi sparire dentro alla drogheria greca che vendeva prodotti tipici. Le gambe mi tremavano ancora, ma riuscii a tornare sulla mia strada, diretta alla metropolitana. Nel passare davanti al giornalaio pakistano, mi parve di scorgere nel suo viso sorridente l’intenzione di un buongiorno. Ma feci finta di nulla e proseguii diritta.

«Lo saluterò la prossima volta», pensai.

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