artista maledetta?


Sono a Milano per 5 giorni. How cool, dicono i miei amici londinesi, Milan! Fashion, night life, shopping…

Veramente io sono a Milano per doppiare Sentieri nonché un cartone giapponese assurdo in cui faccio la voce di una bambina principessa magica dei mari di nome Perla. Tutto ciò si svolge in una traversa di Viale Abruzzi (Sentieri) e in uno studio collocato su uno stradone di Cologno Monzese (Perla). Di cool manco l’ombra (tralasciamo battute stupide sui miei amici doppiatori gay). Fashion… mmmm, shopping l’ho fatto, è vero, ma da Promod (top un po’ hippie-chic, 26 euro) e al mercato di Sesto San Giovanni. Per quanto riguarda la mia vita serale, la mia prima sera a Milano ho guardato Santoro alla TV…

Insomma, mi ero già rassegnata a deludere i miei amici londinesi che ogni volta che torno dall’Italia si aspettano racconti di notti brave circondata da modelli di Armani (come se a Milano ovunque una vada venisse abbordata da modelli di Armani, mai visto uno: modelli d’Armani, chiamatemi!), quando il mio amico Gianma mi telefona invitandomi al concerto di Amy Winehouse. Colpaccio! Non posso lasciarmelo scappare. Il concerto della cantante inglese più maledetta del momento, la regina dei tabloids che ogni giorno finisce in prima pagina grazie ad arresti, autolesionismo, overdose, notti folli e liti furibonde col marito… A Londra un biglietto per Amy costa minimo 50 sterline. Gianma me l’offriva per 23 euro. Mi metto il mio top hippie-chic, jeans strappati e vado.

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Mi aspettavo una folla di ragazzetti in giacca di pelle e birra, MTV generation, canne e un concerto in cui il pubblico veniva aggredito a sputi… Invece arrivo all’Alcatraz e trovo un fila infinita di fighetti, per la maggioparte sui 35 e oltre, le ragazze tutte belle pettinate e truccate, i ragazzi lampadati e profumati. Di birre poche – ad eccezione di un amico Canadese di Gianma che si è scofanato 4 o 5 pinte per non tradire il buon nome anglosassone. Quando Amy arriva, è una specie di ragnetto con cofanona di capelli posticci in testa. Non saluta, non caga nessuno e inizia a suonare e cantare. Perfetta, sembra un disco, una voce incredibile, non sbaglia una nota. Io non vedo molto perché ho davanti un ciccione con fidanzata saltellante. Dietro di me due avvocati romani venuti apposta per il concerto fanno amicizia col canadese e parlano così forte che quasi coprono la musica. Dall mia posizione vedo solo due coristi neri dal fisico notevole che ancheggiano e gorgheggiano sul palco. Dopo due canzoni la Winehouse si accorge della folla ai suoi piedi e sussurra “Hello Milan”, ma appena appena, che quasi non si sente. Riprende a cantare come se fosse in uno studio di incisione, per conto suo, come se fra noi e lei ci fosse un muro di cemento. Ogni tanto si aggiusta la spallina che le cade ma ha il sex appeal di un pechinese. Continua così per un’ora, senza sbavature, senza guardare nessuno – nemmeno la sua band – non rivolgendoci una parola, neanche un piccolo fuck off, a’ stronzi, niente, come se non vedesse l’ora di arrivare alla fine e sparire. E una volta arrivata all’ultima canzone infatti presenta la band e poi letteralemente sparisce, senza fare un bis, dicendo solo “thanks for having me”, gentile gentile, come se fosse stata un’ospite imbarazzata arrivata senza preavviso ad una cena. Alle 22.20 eravamo già fuori dall’Alcatraz, sobri (tranne il canadese), a guardarci in faccia… Nessun drogato, nessuna rissa, nessuna celebrità. Bella musica, eh, molto bella. Ma a livello di notte brava, una delusione tremenda. Alle 23.30 ero a casa a guardare Daria Bignardi.

Se non avessi saputo dai giornali delle malefatte di Amy, direi che si tratta di una ragazzina timida con una voce incredibile che produce un interessante mix di jazz e rock and roll. Giovane artista maledetta? Sì, certo, non lo metto in dubbio. Ma il suo spettacolo è tra o più sobri e leccati che abbia visto, i suoi fans sono meno “alternativi” di un bocconiano del primo anno e la sua musica molto sofisticata e abbastanza poco giovane…

Insomma, nemmeno il personaggio più selvaggio del panorama britannico è riuscito a movimentare questo soggiorno milanese. Credo che la Camilla, di cui festeggeremo i 4 anni stasera, mi terrà molto più sveglia.

Comincio a sospettare che anche se uscissi con la coicanomene, party beast Kate Moss mi porterebbe al British Museum a vedere la mostra dei vasi di terracotta  e poi a bere il tè.

Non sono proprio destinata a fare l’artista maledetta.

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